sabato 15 maggio 2010

Epistulae vacuae, lettere da non leggere.



Esistono cose che meritano di esser dette, argomentate, dibattute, addirittura ridette.
Esistono cose che meritano di esser lette, comprese, interiorizzate, addirittura rilette.
Esistono cose che meritano di esser scritte, intestate, affrancate, addirittura spedite.
Buono a sapersi.

Quanto seguirà è una serie di inutili, ermetiche, intellettualistiche e boriose lettere mai ricevute. Anzi, mai inviate. A dirla tutta: mai scritte.             
Recepenti sono, di volta in volta, alcune delle persone che significano o hanno significato qualcosa nella più noiosa delle esistenze, la mia. I nomi propri sono camuffati da pseudonimi dedotti -per affinità o contrasto - dalla letteratura, dalla cinematografia e altri ambiti di pari scarso interesse.

Nulla di divertente, nulla di entusiasmante, davvero una rottura di coglioni. Un po’ perché ogni pagina è frutto della mano che la scrive e della mente che la elabora (e considerarmi poco interessante, inspiegabilmente spocchioso e irritante è davvero la cosa più eufemistica possa esser compiuta nei miei riguardi); un po’ perché il fine è lasciare il referente riesca comprensibile solo alla persona cui la missiva è realmente indirizzata.

Quindi perché leggerle? Per nessun motivo.
Perché scriverle? Svariate sono le ragioni. Tra le più accreditate sento di dover citare l’aver mille faccende da sbrigare, centinaia cose -riconosciute persino dal comune buon senso come “serie” - di cui occuparmi e decidere di non farlo, per pigrizia. Inoltre, benché finga d’essere à rebours, sono anch’io vittima di un regime totalizzante che tutto ingloba; voi prendete la cheesecake da California Backery, voi portate le Prostitute di gomma, voi stendete Le Vernis  “527, Nouvelle Vague”, io pubblico dei post su un blog. Everything goes Pop.

Credo però in assoluto la risposta più valida all’uno e l’altro interrogativo sia il sospetto che magari quella lettera è indirizzata a te e quando domani (NB: “domani” è un’antonomasia rimandante ad un futuro la cui esistenza è tutt’altro che accertata) ti tornerà in mente, allora non potrai non pensare: “Avevi ragione tu”.


PS: vi prego, smettetela con quel cazzo di smalto, è già vecchio ed inflazionato come una cagna cinquantenne di borgata. 

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