Sogno spesso di essere in un villaggio turistico in cui non credo d’esser mai stato. Uno di quelli ignobili, vicini al mare, probabilmente in un posto infimo o forse in una località bellissima. Chi può dirlo, son tutti uguali.
C’è sempre una piscina ed è sempre fredda e sporca. Le foglie galleggiano in superficie e s’ammucchiano in disgustosi aloni castano marcio sul fondo. Ci sono io e faccio il bagno, ma solo per poco.
C’è un campo da tennis, anche questo sudicio e in disuso. La rete è strappata, ragazzacci corrono ovunque sollevando la polvere alla luce dei pochi lampioni sbilenchi. È un paesaggio tetro, eppure m’è tutt’altro che estraneo, quasi non credo di farci caso.
C’è una lunga corda, protesa dal cielo, ancorata chissà dove nel buio e un cappio cui è appeso un grande lenzuolo nero, da cui fuoriescono dei piedi. Delle zampe, forse. Umane e non umane, scheletriche. Sembrano essere in legno e ondeggiano piano nel vento. È un impiccato.
E ho paura e sveglio S. e, convinto d’essere ormai desto, gli chiedo se anche lui sta sognando quello che sto sognando io e mi risponde di sì, di star fermo e in silenzio, perché Lei ci vede. Ritrovo la calma e allora lui aggiunge: “L’abbiamo sconfitta, te l’avevo detto, l’abbiamo sconfitta”.
Boh.

