lunedì 24 maggio 2010

Hello, Stranger - La Madre Cattiva



Sì, pensavo tutte queste cose fermo alla fermata dell’autobus e li guardavo, ma quasi con timore, come se stessi davvero spiandoli dal buco della serratura di una stanza cui non mi si permetteva di entrare. Allora vidi loro, la famiglia borghese.

La Madre pingue, mèche bionde troppo chiare su una base naturale troppo scura. Vestita di cotone chiaro, uno di quei completi che fanno le commesse nei negozi per signora. “Posso mostrarle qualcosa da abbinarci su? E poi le tristi acquirenti continuano a fare quell’abbinamento, settimana dopo settimana, indipendentemente dal fatto che abbiano tanti indumenti che starebbero altrettanto bene con l’uno o l’altro pezzo del famigerato completo. Il solo fatto di ammettere di poter definire qualcosa “completo” mi innervosisce. Sono malato, lo so, ma usare quel termine è filosoficamente scorretto, oltre che frustrante. Completo, cioè perfetto, che non fa una piega. Quindi perché avere altri vestiti? Perché avere altre cose in genere nella vita: hai un completo, no? Il solo fatto di chiamarlo completo è da mediocri.

La Madre era la classica signora di classe media, con uno di quegli impieghi stupidi, ma comodi; di quelli dove non fatichi, hai l’aria condizionata, una poltrona con le rotelle, un computer su cui fare i solitari. Magari addirittura qualche sottoposto da maltrattare, sicuramente un’utenza pubblica da sfinire con la tua incompetenza. Probabilmente lavorava in banca, al massimo presso le poste. Una brutta borsa, delle brutte mani; braccia conserte, aria annoiata.

Il Padre potevo vederlo solo da dietro (inutile dire che la Madre sedeva con le spalle verso la gelateria, di modo da avere libera la visuale sulla strada, fonte di svago e attrattive varie; egli erale di fronte, potendo guardare null’altro che lei). Aveva i capelli corti brizzolati, una testa di forma strana, non saprei ridirlo. Una polo, dei pantaloni chiari, delle scarpe da passeggio, orribili, sicuramente comprategli dalla moglie.  

Un personaggio assolutamente insignificante, di quelli che continui a chiederti se sono davvero tanto stupidi come sembrano o solo molto timidi e magari con un cuore d’oro a compensare un’intelligenza di piombo. Probabilmente uno che aveva anche studiato di qualcosa nella vita, con un impiego invidiabile, ben retribuito. Impegnativo, certo, ma era o non era la sua passione quella?

Forse non lo era, ma ci sono persone che ingegnere chimico ci nascono, non possono sottrarsi al loro destino, se lo faranno piacere. Magari poi svilupperanno per contrasto un’insulsa passione per qualcosa di incredibilmente stupido, tipo la pesca, la caccia, il giardinaggio (l’uomo eterosessuale contemporaneo non ha paura di svelare un suo lato più femminile).

La situazione mi era chiarissima o a me piaceva immaginarla così. L’uscita per il gelato era stata sicuramente un’idea del Padre, finita la settimana d’ignobile lavoro, venuto il bel tempo, è giusto (ecco il morbo della cosa: la necessità, l’impossibilità di sottrarsi a quello che appare come un obbligo imprescindibile che un padre deve assolvere per poter esser considerato buono, all’altezza, genitore modello) portare la propria moglie e le due bambine a prendere un gelato vicino casa. Nessun cambio d’abito, una cosa informale, avrà pensato egli.

La madre evidentemente non deve aver creduto lo stesso. Non le andava di uscire, lei le figlie le vede pure troppe ore al giorno e, al solo scopo di mortificare il marito, avrà sbuffato e riferitogli che doveva darsi una rinfrescata, per poi venir fuori dalla stanza da letto – gente così non ha un guardaroba, tiene l’armadio in camera- dopo una scarsa mezz’oretta, lamentandosi di aver dovuto far di fretta, come se il poco tempo giustificasse il pessimo gusto.

Ammirevole, sublime, talmente basso, infimo, stucchevole da essere grandioso, eccitante, almeno per me. Quanto mi piace osservare è come, seppur con dinamiche assolutamente discutibili, la Madre abbia trovato il modo di avere dei sudditi - uno solo, per l’esattezza, il marito - e di brandire lo scettro di regina a proprio capriccio.

Non si parlano, stanno quasi zitti del tutto. Lui interviene ricordando degli impegni del giorno a seguire, di quelle quisquilie talmente banali che davvero c’è da chiedersi perché rendere qualcun altro partecipe di cose simili, perché non tacere? La risposta è banale: per puro desiderio di far conversazione, per pura volontà –e io lo chiamo “amare” questo – di intrattenere lei, di regalarle una serata se non felice –sa di non essere più capace in quello -  almeno lieta, spensierata, piacevole, estiva.

Ella non se ne accorge nemmeno. Non le andava di uscire, non le andava di parlare, non le va di esser tentata da quel fottuto gelato: è grassa e sa di aver già mangiato più del dovuto. Eppure lo spirito di sacrificio è uno dei più significativi fardelli lasciatici dalla religione cristiana prima di morire; potrebbe fingersi interessata, sorridere, magari addirittura porgergli la mano. A lui basterebbe, egli sarebbe felice con così poco. Non lo farà, sarà anzi convinta che la sua quota di “martirio quotidiano in nome del vincolo matrimoniale” si sia estinta prestandosi a quell’uscita non da lei programmata a tempo debito. Siede con le braccia attorcigliate; sì, attorcigliate, così sembrano, come una salsiccia auto- avvolgentesi. È perfetta, è disgustosa.

A questo punto della cosa scommetto un milione di euro con me stesso su quale sarà la sua prossima mossa. Scommettere con se stessi è incredibilmente soddisfacente, vinci sempre. Infatti ho vinto anche questa e non perché abbia perso Riccardo A e quindi abbia vinto, per logica, Riccardo B. No, la supposizione di Riccardo A era difatti corretta. Al momento di ordinare le parole della madre sono state:”Io vorrei la seconda della lista, ma faccio a metà con mio marito, un’intera crespella non riesco a mangiarla –e poi guardandolo- ma se a te va qualcosa di diverso, caro, chiedi pure, vorrà dire che io non prenderò nulla”.

Questo è esser subdoli, questo è aver preso un uomo per le palle, avergliele strappate a morsi e poi ingoiatele, lo trovo commovente. Si è portati a credere la cattiveria si palesi in gesti estremi, orribili, moralmente ineccepibili; che risieda in assassini, stupratori, torturatori, pedofili. Eppure componente essenziale della cattiveria è la lucidità, la volontà di una mente psichiatricamente definita “sana” a voler operare apertamente il male, a discapito di un terzo. Cattiveria è avvelenare in piccole dosi quotidiane l’uomo che ti ama, cattiveria è soffocare il suo afflato esistenziale, giorno dopo giorno. Mortificarlo al punto di spegnerlo pian piano, strappargli l’umanità dal petto fibra dopo fibra, renderlo fantasma.

Questo è quanto vidi in quella sudicia gelateria.Vedevo una persona morire dentro, morire in vita e vedevo il suo carnefice sederle di fronte, con le braccia conserte.  Eppure sono convinto la Madre sia convinta di amarlo a modo suo, per certo ella sopravvivrebbe poco più di un giorno senza di lui. Sarebbe come scarcerare la vittima di un boia; questi si tedierebbe al punto da prendere a giocare ritmicamente con l’ascia, fino a tagliarsi via una gamba per distrazione e perirne dissanguato.

Arrivava la tanto attesa crespella, pomo della discordia della straziante tragedia cui assistevo in silenzio. Lanciai a me stesso un’altra scommessa, vinsi ancora. Lei assaggiò quasi grugnendo quell’immondo pastiche di creme sintetiche e disse: “Caro, ti spiace se la mangio tutta da sola? È buonissima”.


DING-DING-DING-DING! L’inetto è servito!

  

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