lunedì 15 novembre 2010

Sogno II

Sogno spesso di essere in un villaggio turistico in cui non credo d’esser mai stato. Uno di quelli ignobili, vicini al mare, probabilmente in un posto infimo o forse in una località bellissima. Chi può dirlo, son tutti uguali.
C’è sempre una piscina ed è sempre fredda e sporca. Le foglie galleggiano in superficie e s’ammucchiano in disgustosi aloni castano marcio sul fondo. Ci sono io e faccio il bagno, ma solo per poco.
C’è un campo da tennis, anche questo sudicio e in disuso. La rete è strappata, ragazzacci corrono ovunque sollevando la polvere alla luce dei pochi lampioni sbilenchi. È un paesaggio tetro, eppure m’è tutt’altro che estraneo, quasi non credo di farci caso.
C’è una lunga corda, protesa dal cielo, ancorata chissà dove nel buio e un cappio cui è appeso un grande lenzuolo nero, da cui fuoriescono dei piedi. Delle zampe, forse. Umane e non umane, scheletriche. Sembrano essere in legno e ondeggiano piano nel vento. È un impiccato.
E ho paura e sveglio S. e, convinto d’essere ormai desto, gli chiedo se anche lui sta sognando quello che sto sognando io e mi risponde di sì, di star fermo e in silenzio, perché Lei ci vede. Ritrovo la calma e allora lui aggiunge: “L’abbiamo sconfitta, te l’avevo detto, l’abbiamo sconfitta”.

Boh.



mercoledì 3 novembre 2010

Sogno I

Ho sognato di essere su una spiaggia sabbiosa in compagnia di mia madre. Una spiaggia che non credo esista, in cui non credo d'esser mai stato, almeno. Eppure penso sia ricorrente nelle mie fantasie. 
E c'è un albergo dal design improbabile, ma sofisticato. Neanche quello credo esista, eppure io lì mi sento sempre a casa.
E c'è questa piscina, una grande piscina a forma di utero, con il balcone del piano superiore aggettante, sagomato secondo la vasca. Un orrore per gli occhi, chissà perché così brutto.
E poi una via segreta, tra i cespugli, sotto dei rovi, che porta al mare attraversando una strada insabbiata, per nulla trafficata, direi deserta. 
E noi tutti si attraversa, io e una folla ignota eppure familiare. E io li guido lì, al mare. E loro sorridono e affrettano il passo.
E c'è un uomo sul ciglio della strada, con un'auto sudicia e parla un'altra lingua, una lingua che io non conosco, che probabilmente neppure esiste, sebbene io capisca esattamente cosa intende. Mi dice di stare in guardia e non andare e fermarmi e lasciar loro partire. Ma io devo accompagnarli.
E resto fermo a parlar con lui e la folla scompare dietro la scogliera, scendendo verso il mare. L'uomo mi spiega che quello lì che ora vedo, un lungo parallelepipedo di legno scuro, è un missile che avrebbe dovuto sterminare tutti quelli "dell'Altro Mondo". 
E io non capisco e mi domando -e gli domando - come potesse un oggetto simile arrivare a uccider tutti. E questi ride senza rispondere.









lunedì 24 maggio 2010

Hello, Stranger - La Madre Cattiva



Sì, pensavo tutte queste cose fermo alla fermata dell’autobus e li guardavo, ma quasi con timore, come se stessi davvero spiandoli dal buco della serratura di una stanza cui non mi si permetteva di entrare. Allora vidi loro, la famiglia borghese.

La Madre pingue, mèche bionde troppo chiare su una base naturale troppo scura. Vestita di cotone chiaro, uno di quei completi che fanno le commesse nei negozi per signora. “Posso mostrarle qualcosa da abbinarci su? E poi le tristi acquirenti continuano a fare quell’abbinamento, settimana dopo settimana, indipendentemente dal fatto che abbiano tanti indumenti che starebbero altrettanto bene con l’uno o l’altro pezzo del famigerato completo. Il solo fatto di ammettere di poter definire qualcosa “completo” mi innervosisce. Sono malato, lo so, ma usare quel termine è filosoficamente scorretto, oltre che frustrante. Completo, cioè perfetto, che non fa una piega. Quindi perché avere altri vestiti? Perché avere altre cose in genere nella vita: hai un completo, no? Il solo fatto di chiamarlo completo è da mediocri.

La Madre era la classica signora di classe media, con uno di quegli impieghi stupidi, ma comodi; di quelli dove non fatichi, hai l’aria condizionata, una poltrona con le rotelle, un computer su cui fare i solitari. Magari addirittura qualche sottoposto da maltrattare, sicuramente un’utenza pubblica da sfinire con la tua incompetenza. Probabilmente lavorava in banca, al massimo presso le poste. Una brutta borsa, delle brutte mani; braccia conserte, aria annoiata.

Il Padre potevo vederlo solo da dietro (inutile dire che la Madre sedeva con le spalle verso la gelateria, di modo da avere libera la visuale sulla strada, fonte di svago e attrattive varie; egli erale di fronte, potendo guardare null’altro che lei). Aveva i capelli corti brizzolati, una testa di forma strana, non saprei ridirlo. Una polo, dei pantaloni chiari, delle scarpe da passeggio, orribili, sicuramente comprategli dalla moglie.  

Un personaggio assolutamente insignificante, di quelli che continui a chiederti se sono davvero tanto stupidi come sembrano o solo molto timidi e magari con un cuore d’oro a compensare un’intelligenza di piombo. Probabilmente uno che aveva anche studiato di qualcosa nella vita, con un impiego invidiabile, ben retribuito. Impegnativo, certo, ma era o non era la sua passione quella?

Forse non lo era, ma ci sono persone che ingegnere chimico ci nascono, non possono sottrarsi al loro destino, se lo faranno piacere. Magari poi svilupperanno per contrasto un’insulsa passione per qualcosa di incredibilmente stupido, tipo la pesca, la caccia, il giardinaggio (l’uomo eterosessuale contemporaneo non ha paura di svelare un suo lato più femminile).

La situazione mi era chiarissima o a me piaceva immaginarla così. L’uscita per il gelato era stata sicuramente un’idea del Padre, finita la settimana d’ignobile lavoro, venuto il bel tempo, è giusto (ecco il morbo della cosa: la necessità, l’impossibilità di sottrarsi a quello che appare come un obbligo imprescindibile che un padre deve assolvere per poter esser considerato buono, all’altezza, genitore modello) portare la propria moglie e le due bambine a prendere un gelato vicino casa. Nessun cambio d’abito, una cosa informale, avrà pensato egli.

La madre evidentemente non deve aver creduto lo stesso. Non le andava di uscire, lei le figlie le vede pure troppe ore al giorno e, al solo scopo di mortificare il marito, avrà sbuffato e riferitogli che doveva darsi una rinfrescata, per poi venir fuori dalla stanza da letto – gente così non ha un guardaroba, tiene l’armadio in camera- dopo una scarsa mezz’oretta, lamentandosi di aver dovuto far di fretta, come se il poco tempo giustificasse il pessimo gusto.

Ammirevole, sublime, talmente basso, infimo, stucchevole da essere grandioso, eccitante, almeno per me. Quanto mi piace osservare è come, seppur con dinamiche assolutamente discutibili, la Madre abbia trovato il modo di avere dei sudditi - uno solo, per l’esattezza, il marito - e di brandire lo scettro di regina a proprio capriccio.

Non si parlano, stanno quasi zitti del tutto. Lui interviene ricordando degli impegni del giorno a seguire, di quelle quisquilie talmente banali che davvero c’è da chiedersi perché rendere qualcun altro partecipe di cose simili, perché non tacere? La risposta è banale: per puro desiderio di far conversazione, per pura volontà –e io lo chiamo “amare” questo – di intrattenere lei, di regalarle una serata se non felice –sa di non essere più capace in quello -  almeno lieta, spensierata, piacevole, estiva.

Ella non se ne accorge nemmeno. Non le andava di uscire, non le andava di parlare, non le va di esser tentata da quel fottuto gelato: è grassa e sa di aver già mangiato più del dovuto. Eppure lo spirito di sacrificio è uno dei più significativi fardelli lasciatici dalla religione cristiana prima di morire; potrebbe fingersi interessata, sorridere, magari addirittura porgergli la mano. A lui basterebbe, egli sarebbe felice con così poco. Non lo farà, sarà anzi convinta che la sua quota di “martirio quotidiano in nome del vincolo matrimoniale” si sia estinta prestandosi a quell’uscita non da lei programmata a tempo debito. Siede con le braccia attorcigliate; sì, attorcigliate, così sembrano, come una salsiccia auto- avvolgentesi. È perfetta, è disgustosa.

A questo punto della cosa scommetto un milione di euro con me stesso su quale sarà la sua prossima mossa. Scommettere con se stessi è incredibilmente soddisfacente, vinci sempre. Infatti ho vinto anche questa e non perché abbia perso Riccardo A e quindi abbia vinto, per logica, Riccardo B. No, la supposizione di Riccardo A era difatti corretta. Al momento di ordinare le parole della madre sono state:”Io vorrei la seconda della lista, ma faccio a metà con mio marito, un’intera crespella non riesco a mangiarla –e poi guardandolo- ma se a te va qualcosa di diverso, caro, chiedi pure, vorrà dire che io non prenderò nulla”.

Questo è esser subdoli, questo è aver preso un uomo per le palle, avergliele strappate a morsi e poi ingoiatele, lo trovo commovente. Si è portati a credere la cattiveria si palesi in gesti estremi, orribili, moralmente ineccepibili; che risieda in assassini, stupratori, torturatori, pedofili. Eppure componente essenziale della cattiveria è la lucidità, la volontà di una mente psichiatricamente definita “sana” a voler operare apertamente il male, a discapito di un terzo. Cattiveria è avvelenare in piccole dosi quotidiane l’uomo che ti ama, cattiveria è soffocare il suo afflato esistenziale, giorno dopo giorno. Mortificarlo al punto di spegnerlo pian piano, strappargli l’umanità dal petto fibra dopo fibra, renderlo fantasma.

Questo è quanto vidi in quella sudicia gelateria.Vedevo una persona morire dentro, morire in vita e vedevo il suo carnefice sederle di fronte, con le braccia conserte.  Eppure sono convinto la Madre sia convinta di amarlo a modo suo, per certo ella sopravvivrebbe poco più di un giorno senza di lui. Sarebbe come scarcerare la vittima di un boia; questi si tedierebbe al punto da prendere a giocare ritmicamente con l’ascia, fino a tagliarsi via una gamba per distrazione e perirne dissanguato.

Arrivava la tanto attesa crespella, pomo della discordia della straziante tragedia cui assistevo in silenzio. Lanciai a me stesso un’altra scommessa, vinsi ancora. Lei assaggiò quasi grugnendo quell’immondo pastiche di creme sintetiche e disse: “Caro, ti spiace se la mangio tutta da sola? È buonissima”.


DING-DING-DING-DING! L’inetto è servito!

  

domenica 23 maggio 2010

Hello, Stranger - Storie di Sconosciuti



Gli autobus alle volte passano, altre volte non passano.


E Io aspettavo lì, fermo a una fermata di fronte a un gelataio. Un posto orribile, di quelli evidentemente mediocri, arredati con nessun gusto e dai prezzi troppo alti. I tavoli rossi di resina erano disgustosi, persino unti; eppure c’era chi vi sedeva e s’affannava con forchetta e coltello su delle crespelle dolci dalle decorazioni aggiunte di un kitsch imbarazzante, abominevole.
I sabati sera di fine maggio hanno tutti la stessa faccia. Un caldo sostenibile, ma di cui ci si lamenta pur di avere qualcosa da dire. Pur di avere qualcosa da desiderare, da attendere; si fa già strada il sentore dell’afa schiacciante che verrà e s'accresce la nostagia delle più brevi giornate di ottobre. Funziona così con gli esseri umani, ci si annoia.

L’estate porta con sé delle abitudini, indipendentemente dall’esistenza di una ragione effettiva a giustificarle. Ci sono cose che il comune senso ritiene vadano fatte. Un gioco di ruoli preordinati, ciclico, stagionale appunto. Uscire per un gelato è una di queste. 
Trovo prendere il gelato quando fa caldo sia snervante, ingiustificato, sbiadito. Credo abbia un gusto migliore d’inverno, tanto più c'è freddo. Non si scioglie, non devi mangiarlo rapidamente, hai davvero il tempo di capire che sapore ha. Un gelato d’inverno è come una sigaretta, aiuta a pensare.

Ho spesso motivo di credere la mia vita sia insignificante, piatta, senza avvenimenti di rilievo. Probabilmente è questo che mi porta ad essere tanto incuriosito dagli sconosciuti; apparentemente così diversi da me per abitudini, per banali scelte del quotidiano, per modi di fare. Sono assolutamente persuaso la felicità sia esattamente nel continuo perfezionamento della propria persona, nel costruirsi per quello che si vorrebbe essere. “Essere migliori o peggiori” trovo sia funzione ancora valida al giorno d’oggi, a condizione che i due termini di paragone siano la stessa persona e il giudizio sia sempre da quella formulato. “Io credo di essere migliore del me stesso che ero”. 

Eppure in questa logica tutto diviene subitaneo, fruibile solo per una frazione di secondo. E’ una felicità apparentemente non appagante, se non con occhio storicista, ma chi crede più nello storicismo?
Ed è per questo che in certi momenti, guardando degli sconosciuti brutti, grassi, seduti scomposti ai sudici tavolini di uno schifoso bar di sabato sera, che mi chiedo se così non sia più facile. Avere poco, accontentarsi di poco. Una mente mediocre, un viso insignificante; pochi propositi, poche aspirazioni. Una fede religiosa, una sessualità comune, una morale tradizionale. Conoscere una persona, starci insieme senza troppe ragioni, sposarla, farci dei bambini. Smettere di amarla, non tradirla solo perché “non sta bene, non sarebbe giusto”. Andare a lavorare al mattino in ufficio, lamentarsi del tempo, dei figli che vanno male a scuola, della benzina che costa troppo. Vestire senza entusiasmi, avere delle scarpe comode con la suola in gomma, un orologio da nulla e una ventiquattrore di pessima pelle.

Allora li guardi e provi ad esser loro per un attimo. Provi a vivere come vivrebbero loro, ma solo nella tua mente, una simulazione.
Non ce la faccio. Scoppia in me quel panico ingiustificato, quella sensazione estrema, incontrollata, che ti porta a scrollare con forza il capo come a voler buttar fuori un cattivo pensiero o che ti fa urlare, di quell’urlo primordiale che non è la paura di qualcosa, è la paura in senso assoluto. Disarmante, agghiacciante; come quando da adolescente cominci a pensare alla morte e non trovi conforto in nessun dio; tu non ci sarai più, il mondo continuerà ad esistere.  E’ orribile, è ingiusto.

Non posso essere loro, non voglio esser loro. Sono una ciambella senza buco, mi spiace, lo riconosco. Il fornaio degli esseri umani deve proprio aver sbagliato qualcosa con me. Non è qualcosa che ho maturato nel tempo.
Sono vissuto nella più felice delle famiglie possibili, ma non ho mai fatto riferimento a delle figure convenzionali di genitori. I miei sono due professionisti, con una dedizione e un senso del dovere inarrivabili, io li trovo eticamente perfetti,  immacolati, da imitare. Non ho mai vissuto delle situazioni tradizionali, dunque; loro lavorano parecchie ore, non amano la vita mondana e si amano ancora tanto.

Eppure la cosa che più ricordo della mia infanzia - e, devo ammetterlo, con orrore- sono esattamente i momenti in cui mia madre e mio padre hanno cercato di essere una famiglia “normale”. Ricordo con orrore di quando si andava a prendere il gelato insieme.
Io non ero felice, io non volevo quello. Anche quella gelateria era dozzinale, quel gelato era dozzinale, quella situazione era dozzinale, quell’esistenza. Non era la mia famiglia seduta a un tavolo, erano delle persone noiose che giocavano a interpretare una vita non propria, quasi si sentissero in colpa di non essere come tutti gli altri. 

Ovviamente lo facevano per amore di noi bambini; loro credevano a noi mancassero quel genere di cose e magari per i miei fratelli era così, ma per me no.
Se io penso a mia madre penso alla tenacia, alla forza d’animo, all’indomita attitudine alla leadership; mio padre per me è la pazienza, la perspicacia, la bontà d’animo. Dioniso e Apollo. Il medico e l’ingegnere. La verve e la misura.  Il resto m’è sempre stato scomodo, m’è sempre parso un loro sentirsi in dovere di darmi qualcosa che non volevo. Io non volevo un cazzo di gelato di merda seduto a un tavolo, io volevo quello che loro rappresentavano, perché potessi farlo mio e riuscirne migliore.

sabato 15 maggio 2010

Epistulae vacuae, lettere da non leggere.



Esistono cose che meritano di esser dette, argomentate, dibattute, addirittura ridette.
Esistono cose che meritano di esser lette, comprese, interiorizzate, addirittura rilette.
Esistono cose che meritano di esser scritte, intestate, affrancate, addirittura spedite.
Buono a sapersi.

Quanto seguirà è una serie di inutili, ermetiche, intellettualistiche e boriose lettere mai ricevute. Anzi, mai inviate. A dirla tutta: mai scritte.             
Recepenti sono, di volta in volta, alcune delle persone che significano o hanno significato qualcosa nella più noiosa delle esistenze, la mia. I nomi propri sono camuffati da pseudonimi dedotti -per affinità o contrasto - dalla letteratura, dalla cinematografia e altri ambiti di pari scarso interesse.

Nulla di divertente, nulla di entusiasmante, davvero una rottura di coglioni. Un po’ perché ogni pagina è frutto della mano che la scrive e della mente che la elabora (e considerarmi poco interessante, inspiegabilmente spocchioso e irritante è davvero la cosa più eufemistica possa esser compiuta nei miei riguardi); un po’ perché il fine è lasciare il referente riesca comprensibile solo alla persona cui la missiva è realmente indirizzata.

Quindi perché leggerle? Per nessun motivo.
Perché scriverle? Svariate sono le ragioni. Tra le più accreditate sento di dover citare l’aver mille faccende da sbrigare, centinaia cose -riconosciute persino dal comune buon senso come “serie” - di cui occuparmi e decidere di non farlo, per pigrizia. Inoltre, benché finga d’essere à rebours, sono anch’io vittima di un regime totalizzante che tutto ingloba; voi prendete la cheesecake da California Backery, voi portate le Prostitute di gomma, voi stendete Le Vernis  “527, Nouvelle Vague”, io pubblico dei post su un blog. Everything goes Pop.

Credo però in assoluto la risposta più valida all’uno e l’altro interrogativo sia il sospetto che magari quella lettera è indirizzata a te e quando domani (NB: “domani” è un’antonomasia rimandante ad un futuro la cui esistenza è tutt’altro che accertata) ti tornerà in mente, allora non potrai non pensare: “Avevi ragione tu”.


PS: vi prego, smettetela con quel cazzo di smalto, è già vecchio ed inflazionato come una cagna cinquantenne di borgata.