domenica 23 maggio 2010

Hello, Stranger - Storie di Sconosciuti



Gli autobus alle volte passano, altre volte non passano.


E Io aspettavo lì, fermo a una fermata di fronte a un gelataio. Un posto orribile, di quelli evidentemente mediocri, arredati con nessun gusto e dai prezzi troppo alti. I tavoli rossi di resina erano disgustosi, persino unti; eppure c’era chi vi sedeva e s’affannava con forchetta e coltello su delle crespelle dolci dalle decorazioni aggiunte di un kitsch imbarazzante, abominevole.
I sabati sera di fine maggio hanno tutti la stessa faccia. Un caldo sostenibile, ma di cui ci si lamenta pur di avere qualcosa da dire. Pur di avere qualcosa da desiderare, da attendere; si fa già strada il sentore dell’afa schiacciante che verrà e s'accresce la nostagia delle più brevi giornate di ottobre. Funziona così con gli esseri umani, ci si annoia.

L’estate porta con sé delle abitudini, indipendentemente dall’esistenza di una ragione effettiva a giustificarle. Ci sono cose che il comune senso ritiene vadano fatte. Un gioco di ruoli preordinati, ciclico, stagionale appunto. Uscire per un gelato è una di queste. 
Trovo prendere il gelato quando fa caldo sia snervante, ingiustificato, sbiadito. Credo abbia un gusto migliore d’inverno, tanto più c'è freddo. Non si scioglie, non devi mangiarlo rapidamente, hai davvero il tempo di capire che sapore ha. Un gelato d’inverno è come una sigaretta, aiuta a pensare.

Ho spesso motivo di credere la mia vita sia insignificante, piatta, senza avvenimenti di rilievo. Probabilmente è questo che mi porta ad essere tanto incuriosito dagli sconosciuti; apparentemente così diversi da me per abitudini, per banali scelte del quotidiano, per modi di fare. Sono assolutamente persuaso la felicità sia esattamente nel continuo perfezionamento della propria persona, nel costruirsi per quello che si vorrebbe essere. “Essere migliori o peggiori” trovo sia funzione ancora valida al giorno d’oggi, a condizione che i due termini di paragone siano la stessa persona e il giudizio sia sempre da quella formulato. “Io credo di essere migliore del me stesso che ero”. 

Eppure in questa logica tutto diviene subitaneo, fruibile solo per una frazione di secondo. E’ una felicità apparentemente non appagante, se non con occhio storicista, ma chi crede più nello storicismo?
Ed è per questo che in certi momenti, guardando degli sconosciuti brutti, grassi, seduti scomposti ai sudici tavolini di uno schifoso bar di sabato sera, che mi chiedo se così non sia più facile. Avere poco, accontentarsi di poco. Una mente mediocre, un viso insignificante; pochi propositi, poche aspirazioni. Una fede religiosa, una sessualità comune, una morale tradizionale. Conoscere una persona, starci insieme senza troppe ragioni, sposarla, farci dei bambini. Smettere di amarla, non tradirla solo perché “non sta bene, non sarebbe giusto”. Andare a lavorare al mattino in ufficio, lamentarsi del tempo, dei figli che vanno male a scuola, della benzina che costa troppo. Vestire senza entusiasmi, avere delle scarpe comode con la suola in gomma, un orologio da nulla e una ventiquattrore di pessima pelle.

Allora li guardi e provi ad esser loro per un attimo. Provi a vivere come vivrebbero loro, ma solo nella tua mente, una simulazione.
Non ce la faccio. Scoppia in me quel panico ingiustificato, quella sensazione estrema, incontrollata, che ti porta a scrollare con forza il capo come a voler buttar fuori un cattivo pensiero o che ti fa urlare, di quell’urlo primordiale che non è la paura di qualcosa, è la paura in senso assoluto. Disarmante, agghiacciante; come quando da adolescente cominci a pensare alla morte e non trovi conforto in nessun dio; tu non ci sarai più, il mondo continuerà ad esistere.  E’ orribile, è ingiusto.

Non posso essere loro, non voglio esser loro. Sono una ciambella senza buco, mi spiace, lo riconosco. Il fornaio degli esseri umani deve proprio aver sbagliato qualcosa con me. Non è qualcosa che ho maturato nel tempo.
Sono vissuto nella più felice delle famiglie possibili, ma non ho mai fatto riferimento a delle figure convenzionali di genitori. I miei sono due professionisti, con una dedizione e un senso del dovere inarrivabili, io li trovo eticamente perfetti,  immacolati, da imitare. Non ho mai vissuto delle situazioni tradizionali, dunque; loro lavorano parecchie ore, non amano la vita mondana e si amano ancora tanto.

Eppure la cosa che più ricordo della mia infanzia - e, devo ammetterlo, con orrore- sono esattamente i momenti in cui mia madre e mio padre hanno cercato di essere una famiglia “normale”. Ricordo con orrore di quando si andava a prendere il gelato insieme.
Io non ero felice, io non volevo quello. Anche quella gelateria era dozzinale, quel gelato era dozzinale, quella situazione era dozzinale, quell’esistenza. Non era la mia famiglia seduta a un tavolo, erano delle persone noiose che giocavano a interpretare una vita non propria, quasi si sentissero in colpa di non essere come tutti gli altri. 

Ovviamente lo facevano per amore di noi bambini; loro credevano a noi mancassero quel genere di cose e magari per i miei fratelli era così, ma per me no.
Se io penso a mia madre penso alla tenacia, alla forza d’animo, all’indomita attitudine alla leadership; mio padre per me è la pazienza, la perspicacia, la bontà d’animo. Dioniso e Apollo. Il medico e l’ingegnere. La verve e la misura.  Il resto m’è sempre stato scomodo, m’è sempre parso un loro sentirsi in dovere di darmi qualcosa che non volevo. Io non volevo un cazzo di gelato di merda seduto a un tavolo, io volevo quello che loro rappresentavano, perché potessi farlo mio e riuscirne migliore.

1 commento:

  1. prevedevo tutto questo da te.
    frenare l'arida banalità sbattutaci quotidianamente sotto'occhio, carne da macellare, perchè esiste una selezione naturale da ringraziare.
    si sa. compatisci, commiseri, rifiuti.
    poi ti soffermi sulla loro stupida e inconsistente superficialità, lontana da qualsiasi pensiero laterale.
    ti ergi impettito, un colore intenso che si staglia sul grigio.
    hai vinto.

    ma tu della leggera spensieratezza non saprai mai nulla.


    [...chissene]

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